Intervista a Davide Sapienza

di Valeria Bellagamba

In occasione della sua prossima partecipazione, il 16 maggio, alla rassegna Scripta Volant - Il Viaggio, abbiamo intervistato Davide Sapienza.

Davide Sapienza

Scrittore, giornalista e traduttore, Davide Sapienza ha iniziato giovanissimo la carriera di critico musicale, collaborando per le più importanti riviste di settore (tra cui Musica! del quotidiano La Repubblica). Ha tradotto libri dei poeti nativi americani John Trudell e Lance Henson, ha svolto l’attività di consulente discografico e dal 1998 si dedica stabilmente ai viaggi e alla letteratura. Nel 2004 ha pubblicato i “Diari di Rubha Hunish” (Baldini Castoldi Dalai). Ha curato per l’editore Mattioli 1885 la nuova traduzione del racconto di Jack London “Preparare un fuoco”, per la prima volta in Italia nelle due versioni orginali. A maggio uscrirà per CDA&Vivalda “Il marinaio nella neve: Jack London e il Grande Nord“ dello scrittore americano Dick North, tradotto da Sapienza.

La tua strada è stata segnata dalla musica fin da quando eri giovanissimo. Sei stato fondatore di Fire, la storica fanzine italiana sugli U2, nonché autore del primo libro al mondo su di loro. Per molti anni hai lavorato nell’editoria musicale, come giornalista e traduttore di testi di canzoni (U2, Neil Young, Waterboys, Sonic Youth, per citarne alcuni…). Come è nata e come si è sviluppata negli anni la tua passione per la musica?
Direi che la musica è il suono primordiale. Nascere nel 1963 significa respirare negli anni più “spugnosi” uno dei periodi storici più incredibili, variegati e rivoluzionari. A sei anni cominciai a studiare pianoforte, devo dire controvoglia. Ma l’amore di mia madre e di mio padre per la musica era grande e a casa ero circondato da dischi e libri e quadri. Mia madre mi faceva andare con lei in salotto ad ascoltare l’Opera – che non mi piaceva – ma quando la vedevo con le lacrime di gioia agli occhi, sapevo che non era dolore ma bellezza. E questo mi faceva sentire importante quando mi sedevo da solo a fare i miei esercizi di pianoforte. Poi di botto, era circa il 1973, decisi che ne avevo abbastanza e volevo gli spartiti dei Beatles. Poi “imposi” a mio padre di comperarmi Atom Heart Mother dei Pink Floyd. Alle scuole medie ballavamo i “lenti” con “Us and Them” dei Pink Floyd e tutto era meraviglioso. Magia l’ascolto di certi dischi, universi paralleli e mondi incontaminati dove poter andare ogni volta che lo desideravo. La musica, decisi, doveva essere la mia vita. Ma dato che leggevo tantissimo e scribacchiavo cose mie anche da piccolo, pensai: facciamo così, da grande – dissi un giorno a mia madre, avrò avuto quindici anni – faccio il critico musicale e poi verso i trentacinque anni (chissà perché dichiarai quell’età? Mah) mollo e faccio solo lo scrittore. E così in effetti a trentacinque anni ho smesso quell’abito difficile e arrogante, e ho preparato il mio “outing”… Ma la musica è comunque la musica. Le mie parole si esprimono seguendo le vie del suono. Per questo amo leggere in pubblico. Io sono rock’n’roll sino al midollo. La mia vita sarebbe stata totalmente diversa senza la musica e senza certi dischi da scolaretto delle medie e dei primissimi tempi del liceo, te ne cito alcuni…: Decade, After The Gold Rush, American Stars’n'Bars di Neil Young; Who’s Next degli Who; White Album, Sgt Pepper’s, Abbey Road e Magical Mistery Tour dei Beatles; Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here e Animals dei Pink Floyd; Desperado degli Eagles; Phisycal Graffiti dei Led Zeppelin; “A Salty Dog” dei Procol Harum… Per ascoltare “Hotel California” al jukebox del paese dove adesso vivo, a sedici anni mi sono giocato almeno dieci album: ma non potevo resistere, verso le sei di sera, al tramonto d’inverno del 1976, dovevo andare ad ascoltarla. Pensavo di essere uno dei pochi a conoscerla, intanto stava vendendo dieci milioni di copie nel mondo. Ma allora era così.

Il tuo primo libro da “scrittore”, “I Diari di Rubha Hunish”, pubblicato nel 2004, affronta il tema del viaggio nei luoghi di montagna e nei territori del Nord: Canada, Norvegia, Islanda. E’ un viaggio peculiare, non solo fisico, ma anche e soprattutto spirituale, lontano anni luce dall’epica e dall’eroismo tipico di certa letteratura di montagna e di avventura. Il tuo sguardo sui luoghi visitati sembra rarefarsi, è ricco di suggestioni, evocativo più che descrittivo e ne emerge la ricerca di una comunione con il territorio. Da dove viene questo desiderio così profondo? E’ qualcosa che ha sempre fatto parte di te o si è sviluppato con gli anni? In alcune recensioni ti hanno perfino accostato allo scrittore e filosofo americano H. D. Thoreau.
La forza della natura è sempre stata in me; dovrei dire, è sempre stata me. Energia incontenibile e incontrollabile, problematica per chi ha dovuto gestirmi – genitori, insegnanti, allenatori. Lessi “Il milione” di Marco Polo a sei anni e poi Jack London. Quando mi facevano leggere Manzoni mi veniva lo schifo, sentivo tutto quello sproloquiare come “morto” rispetto alla potenza del viaggio e dell’avventura. Ascoltavo la sigla di “Avventura”, dei Procol Harum; e mi vedevo sui ghiacci a inseguire il grande bianco. Poi arrivò “Moby Dick” e arrivarono i libri di Herman Hesse, John Steinbeck, Francis Scott Fitzgerald, Mark Twain e altre decine di capolavori – ma l’immaginazione lavorava incredibilmente. Ricordo i regali di mio padre, per esempio una splendida serie di libri della BUR con “Il barone di Munchausen” e “Il visconte dimezzato” di Calvino, quindi credo si sia insinuata in me l’idea della magia che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi. Leggevo i libri e poi uscivo, allora a Monza vicino al Parco c’era la wilderness: andavamo a guardare i treni merci che passavano e io immaginavo Huckleberry Finn e Jack London da ragazzo che faceva l’hobo. Figurati quando ho scoperto che era una cosa molto rock’n’roll! On the road! La strada! Il richiamo della foresta! Da ragazzino poi, qui dove vivo, si veniva in vacanza – due mesi d’estate e due settimane a Natale. Adoravo la neve. Difficile tenermi in casa, perché io volevo sempre stare nella neve e quando rientravo, disegnavo i tramonti sulle coste di Bares e la Presolana, che vedo ogni mattina facendo colazione. A dodici anni andammo in Yugoslavia a casa, nelle isbe, di alcuni pittori naif. Straordinario. È l’unica forma di pittura che mi conduce alle lacrime, non riesco a controllarmi, e devo dire che mi accade anche con Van Gogh. A sedici anni andai in Inghilterra da solo, ero selvatico, seguivo la notte (e anche le ragazze scandinave, lo ammetto: ma non era difficile, visto che sono tipicamente italiano come “colori”) e poi mi ritrovavo sulla Manica e pensavo a Quadrophenia degli Who e quando andavo a Londra pensavo che lì c’erano stati i Beatles. Insomma, mi sentivo come dire, in un mondo pazzesco, la politica non mi interessava eppure si avvertiva un fermento: con il senno di poi ho capito che l’Italia ha rinunciato alla svolta permettendo l’assassinio di Aldo Moro, ha deciso di restare una colonia per sempre.
Quando ho deciso di venire a vivere in montagna, nel 1990, la natura era per me un mistero diverso dal mistero che è ora: sentivo che ne ero in qualche modo lontano, ero stato “reciso” nonostante un’infanzia e un’adolescenza nelle quali i miei genitori ci avevano fatto vivere liberi e sempre attenti alla bellezza e al rispetto di ciò che ci circondava. Ma volevo di più: volevo sentire l’odore animale e ancestrale della vita. Il richiamo della foresta. Ecco perché amo stare in ambiente, come si usa dire. Perché lì posso dialogare in pace con l’infinito, sentendomi eterno per qualche breve attimo.

Sempre ne “I Diari di Rubha Hunish” fondamentale è il rapporto con la musica, in alcuni passi sono citati brani di celebri cantautori a te cari e dal racconto che ne fai sembra quasi di sentirne riecheggiare i suoni nel “silenzio bianco”. Come ha influito la musica sul tuo modo di scrivere?
La musica ha influito molto. A parte il pianoforte (che suono male, ma che suono per emozionarmi), il mio strumento musicale preferito è la penna, e la tastiera del computer. Posso tirare fuori tutti i suoni che voglio, è meraviglioso davvero. Le citazioni presenti ne “I Diari..” a volte erano cose che stavo ascoltando in quell’attimo. Ma per farti un esempio, nella preparazione del nuovo libro, un album come la colonna sonora de La Sottile Linea Rossa (il capolavoro di Terrence Malick del 1998) o Speechless di Bruce Cockburn e le colonne sonore dei Popol Vuh di alcuni film di Herzog sono i miei strumenti – eccitano le molecole e da esse, come da un uovo primordiale, escono spartiti di parole che io catturo e metto “in pagina”. Non tutto però: bisogna rispettare le proprie risorse, e non sfruttarle eccessivamente. Bisogna lasciare qualcosa agli altri.

Cosa ne pensi del rapporto tra musica e letteratura in Italia? Esiste la possibilità concreta di creare contaminazioni tra queste due forme dell’espressione artistica?
Penso che possa esistere, e infatti esiste. Diciamo che è una cosa che varia da caso a caso: ogni forma di sperimentazione è necessaria per raggiungere nuove forme. Dopotutto il rap e l’hip hop – che NON mi piacciono per niente – sono questa cosa e sono la più conosciuta: ma molti scrittori e musicisti hanno lavorato e lavorano assieme. Di recente mi viene in mente l’album “Cuore a nudo” di Mauro Ermanno Giovanardi (cantante dei La Crus) che mescola musica, suggestioni e testi letterari in questo concerto immaginario, un bell’album. Tuttavia, nel rap, spesso è la parte letteraria a essere migliore, poiché la musica è generalmente sacrificata e anche pessima. E generalmente, è solo dedicata alla protesta politica e allo slogan. L’Italia poi già soffre di “cantautorite”, cioè da sempre la parte letteraria è più importante e infatti i cantautori storici a me non piacciono e non li “ascolto” perché io compro i dischi per ascoltare la musica e anche le parole – che assumono forza se la musica è bella, non viceversa… ma fallo capire, in Italia. Per me la sintesi migliore la offre ancora John Trudell. Straordinaria musica evocativa al servizio delle parole: e di un carisma vero che in pochissimi al mondo possiedono.

A proposito di musica e letteratura, ho trovato molto interessante la reading che proponi insieme a tua moglie, Cristina Donà: l’alternarsi sul palco di letture e canzoni per chitarra e voce. Com’è nato questo progetto? E quali sono le interazioni tra di voi come artisti, anche nella vita di tutti i giorni?
La cosa è nata perché si pensava di fare qualche presentazione del mio libro, poi Cristina che ha molte difficoltà a tenermi inchiodato a casa a fare le prove, è riuscita a farmi fare un salto di qualità. Ho preso qualche lezione dalla sua maestra di canto, che è straordinariamente brava e fa teatro “vivo” non “polveroso”. Mi ha detto che uno come me non deve perfezionare troppo, perché già ho di mio un carisma naturale nella lettura e che dobbiamo tirarlo fuori al suo meglio. Tuttavia il lavoro con Cristina è favoloso. Dato che siamo amanti, amici, complici, artisti che si ammirano a vicenda, stimolandosi e criticandosi costruttivamente, fare tutto ciò assieme è davvero indescrivibile e va visto. E quando siamo sul palco, si sente, palpabile, in sala che succede qualcosa di magico. Anche se per ora lei è davvero troppo più brava di me – stiamo parlando di una delle più straordinarie performer esistenti dal vivo, quindi io cerco di migliorare, e in fretta… ecco dov’è lo stimolo. Speriamo entrambi di fare un vero e proprio tour, chissà magari già nel 2008 …Nella vita quotidiana l’interazione é…la vita. Ogni cosa che penso e che faccio la confronto subito con lei, e viceversa. Non nel senso morboso, ma a entrambi piace “usare” il coniuge come test e laboratorio di discussione. In più lei mi dice che faccio troppe cose e che è faticoso starmi dietro, forse ha ragione – ma son così da quando avevo due anni, io cosa posso farci?

Nei tuoi scritti, libri, racconti e reportage c’è un espressione inglese spesso ricorrente, “wilderness”, termine che letteralmente significa terra selvaggia, desolata. Cos’è per te la “wilderness”?
La wilderness è, sarebbe, il luogo “incontaminato”. In tal senso, oggi è più spesso che non l’immaginario – ma naturalmente, per me wilderness è passare in un luogo e uscire dai sentieri “ufficiali” e infilarmi in qualche casino (in senso buono) a ravanare con le unghie e le punte dei piedi per vedere come scorre l’acqua sotto una grande o enorme pietra nascosta. La wilderness è il NON conoscere, si coniuga bene con l’idea di innocenza. Qualche giorno fa ho fatto la mia prima uscita in kayak sul Lago di Endine, a 20Km da casa. Un piccolo gioiello di lago che ho fatto mille volte in bici o a piedi, visto da ogni posizione in montagna, l’ho camminato quando ghiaccia completamente in inverno (è solo a 300m d’altezza ma risente di correnti d’aria speciali) – ma ero “innocente” alla visione a pelo d’acqua, pagaiando e sentendo scivolare il “mezzo” … ecco, era wilderness. Ci siamo fermati in un canneto a sgranchirci un po’ e un cigno è uscito tranquillo per entrare in acqua. Quanti cigni ho visto al Lago d’Endine? Decine. Eppure era come il primo cigno della mia vita. Infatti mi è spiaciuto quando l’Arcana tradusse “Wilderness” il libro di poesie di Jim Morrison curato da Frank Lisciandro, intitolandolo “Deserto”. Era sbagliato. Fra l’altro, quel libro mi avvicinò nel 1989 tantissimo a Jim, al punto che lo considero una vera e propria influenza letteraria (e su Morrison poeta sta uscendo un libro della Giunti che Frank Lisciandro mi ha chiesto di tradurre: davvero un bellissimo libro). Io tradurrei “wilderness” (che è ben diverso da “wild” e “wildness”, cioè il “selvatico”) con…”incognito”: meraviglia, sogno, immaginazione.

In un’intervista di qualche tempo fa hai detto che Jack London è uno scrittore “rock”, cosa intendi per “rock”? Cosa ti affascina di più di questo scrittore? E soprattutto, perché nonostante la grandezza e l’universalità dei suoi temi, uno su tutti la lotta per la vita, London viene ancora definito “scrittore per ragazzi”?
Innanzitutto, catturare l’attenzione dei ragazzi è un merito, non qualcosa che “diminuisce” il valore artistico. “Il piccolo principe” cos’è? E “L’occhio del lupo” di Pennac? Non scherziamo. Jack mi affascina da quando son piccolo, perché istintivamente mi son sempre sentito simile come essenza umana. Intenso. Al punto da morire di intensità. Al punto da soffrire d’intensità. Al punto da fare mille cose. È morto a 40 anni e 11 mesi, Jack London, ma il 90% degli umani in una vita di 80 non fa neppure un centesimo di quello che fece lui, e di quello che scrisse lui. Jack era rock’n’roll perché diceva “mi piace, lo faccio”; perché diceva “lo faccio con le mie mani”; perché era intenso e ogni attimo era come l’ultimo attimo della vita – e dunque, tutto doveva essere fatto al massimo. Ma non era cinico, non era lontano dall’idea di eternità – lui antireligioso e ateo dichiarato. In breve, fu il primo a incarnare questa sensibilità moderna sposata a una cosa tipicamente americana: il sogno di grandezza, la vitalità, l’espansione dell’immaginario. Altri prima di lui avevano detto “la consapevolezza è una maledizione” (vedi Dostojevski…), lui in quel momento storico tra fine ‘800 e inizio ‘900 anticipò tutto quanto: l’avventura in veste psicanalitica, l’uso del messaggio politico e sociale nella narrazione incalzante. Ha scritto libri che arrivano prima di Orwell e dei libri “profetici” come “Il tallone di ferro”, che avrò l’onore di tradurre per l’edizione del centenario (uscita prevista fine febbraio 2008), “Assassini Spa”, “Il popolo degli abissi”…La realtà è che c’è una “carboneria” di lettori e scrittori che adorano London e che, in realtà, sanno bene quanto conti davvero. Come dire: chiedi a un gruppo rock degli ultimi 20 anni se è più influenzato dagli Stones o dagli Who. Gli Stones son più famosi, ma i Pearl Jam, senza Who, non sarebbero stati quel che son stati.

Scrive Jack London ne “Il richiamo della foresta”: Buck possedeva una qualità della vera grandezza: l’immaginazione…. Ed è proprio grazie all’immaginazione che Buck, il protagonista del romanzo, riesce a vincere la lotta per la sopravvivenza. Quanto è importante l’immaginazione?
L’immaginazione è tutto. L’immaginario, è tutto. È la ragione per cui “l’immaginario bloccato” sta distruggendo l’Italia. E chi ha “immaginario” e “immaginazione” viene tenuto a freno dal “tallone di ferro”, dal cieco accorrere degli arraffoni di energie materiali e spirituali. Insomma. Con l’immaginazione si vive una vita piena. Senza, no: si esiste. Buck ha vissuto. Gli altri cani della muta sono esistiti come razza selezionata per tirare la slitta: più freudiano e simbolico di così…scrittore per ragazzi? Eh eh eh.

Come hai riscoperto Jack London e com’è nato il progetto di tradurre il racconto “To build a fire” (”Preparare un fuoco”) e il libro di Dick North su London?
Nel 2001 stavo partendo per fare l’Alta Rezia Bike Rally, una settimana in mountain bike a duemila metri nel cuore delle Alpi. Preparai sette cd compilation da ascoltare in albergo nel dopo gara, avevo voluto una camera singola. Volevo un libro potente. Decisi di recuperare Il richiamo della foresta. Non leggevo Jack da…circa vent’anni. E …capii quanto c’era dentro di me di quelle letture da ragazzo. I suoi libri come Demian e Il lupo della steppa di Herman Hesse erano proprio scolpiti in quei mondi atavici e ancestrali. Rilessi subito dopo Martin Eden. E da lì…è stata una rincorsa, son diventato un esploratore di Jack London. “Preparare un fuoco” mi ha fatto emozionare come al primo lavoro nel 1984 quando tradussi i testi di Joe Jackson. L’emozione della prima volta. La “wilderness” di cui sopra, insomma. Sentire le parole di London entrare nelle vene e provenire da zone incredibilmente ataviche della vita e della morte…insomma, indescrivibile. Il libro di North: quando è uscito ho ricevuto una e-mail dagli Stati Uniti, dal prof. Dale Walker, che ha scritto molto su Jack. L’ho comprato subito su Amazon, e l’ho proposto a Mirella Tenderini, direttore di collana de “Le tracce” per CDA&Vivalda. L’ha letto, ha detto sì: Poi mi ha anche proposto…perché non pubblichi per noi anche il tuo nuovo libro? Cosa dovevo risponderle? Mirella è una figura leggendaria dell’editoria. Ho detto si. E così a settembre esce “La valle di Ognidove”. Dov’è Ognidove? Nella wilderness, naturalmente…

Da un paio di anni sei tornato a scrivere di musica per i settimanali Specchio (che sarà mensile da fine maggio), Diario, e i mensili come GQ e Rolling Stone. Come hai vissuto questa esperienza e come è cambiato il tuo modo di raccontare la musica?
In realtà io non volevo. E infatti scrivo in prevalenza d’altro. Pensavo di essermi fatto dimenticare, in sette anni di assenza. Dopotutto c’è tanta gente che scrive, dicevo a me stesso; e di musica, tantissima. Invece dopo ogni incontro con direttori e redattori, alla fine dicevano, “senti, bello quell’articolo su quel viaggio…non è che però scriveresti anche qualcosa di musica?”: alla fine cedo volentieri, a patto di lasciar parlare la musica attraverso gli artisti come esplorazione della wilderness e della meta incognita del “viaggio solitario”, come lo definisce Scott Walker. Penso di aver scritto le mie cose più belle, giornalisticamente, proprio in questi tre anni, anche nel settore musica: E sai perché? Perché posso scrivere articoli da scrittore, perché molte volte mi si è chiesto di scrivere con quel taglio che “I Diari di Rubha Hunish” ha inaugurato dandomi uno spazio tutto mio. Una cosa importante, un bell’inizio che spero possa portare a contribuire a fare del giornalismo un’occasione anche di “esplorare”. Cioè…di “Wilderness”. In tal senso, amo molto i pezzi su George Martin, Wyatt, Walker, Bruce Cockburn. Comunque, son tutti sul mio sito…e si possono scaricare, così chi ha voglia può giudicare da solo.

La pubblicazione del tuo primo libro è stata seguita da numerose presentazioni e conferenze, come hanno influito su di te questi incontri con il pubblico? Che tipo di esperienza ne hai tratto? Quanto è importante, secondo te, la condivisione con altre persone?
Questa è una domanda importantissima che dimostra come tu abbia compreso molte cose. Io amo molto confrontarmi con le persone che mi fanno l’onore di venire ad ascoltarmi, e a volte sento che dovrei essere io ad ascoltare loro. C’è così tanta bella gente in giro, che preferirei tacere e ascoltare loro. Lo so, è difficile che io taccia, ma lo dico sul serio. Come scrittore, ritengo fondamentale restare legato alla realtà: la realtà è multiforme e per fortuna è fatta anche di tante persone interessantissime e speciali, e quando le incontro, mi sento davvero vibrare la nota primordiale, quella forma di verità istintiva che poi scatena il processo creativo. Ho fatto tante amicizie e grazie a Internet, è più facile restare in contatto seguendo tempistiche personali. Del resto io e te siamo diventati amici così no? Certo, grazie a Cristina (Donà n.d.r) che tu hai conosciuto. Ma quella sera nelle Marche osservavo la tua copia del mio libro sottolineata, mi sembrava di sognare: dicevo, impossibile! Le faccio io quelle cose coi miei libri preferiti! E’ come aver trovato una legittimazione. Io non scrivo per me stesso. Sono un sognotrasportatore, mi arriva “il materiale”, lo “imballo” e lo porto a destinazione nella wilderness umana, dove cioè è tutto incognito: chi incontrerò, dove, e come. Un vero privilegio che la vita mi concede.

In rete: http://www.davidesapienza.net

Recensione de “I Diari di Rubha Hunish” sul sito di RaiLibro:
http://www.railibro.rai.it/recensioni.asp?id=349

5 Responses to “Intervista a Davide Sapienza”


  1. 1 Valeria apr 30th, 2007 at 14:20

    Cristina Donà in rete: http://www.cristina-dona.com/

    Cristina sta registrando il nuovo disco con Peter Walsh, già produttore di Peter Gabriel…

  2. 2 Valeria mag 3rd, 2007 at 21:59

    Uno dei prossimi incontri di Davide Sapienza, a Rovetta (BG), stessi temi di cui parlerà anche qui a Senigallia…

    http://www.scalve.it/new/2007/images/Davide_sapienza_Yukon.pdf

  3. 3 Valeria mag 5th, 2007 at 13:21

    Letteraltura, festival della letteratura di montagna, Verbania (27 giugno - 1 luglio 2007):
    http://www.fizzshow.com/news.php?id=1059

  4. 4 Valeria mag 18th, 2007 at 12:27

    Il Viaggio di Davide Sapienza continua…
    http://www.liberta.it/asp/default.asp?IDG=705187504&H=

  1. 1 Stasera è di scena lo Yukon at ScriptaVolant Pingback su mag 16th, 2007 at 11:28

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