Intervista a Natalino Russo

di Valeria Bellagamba

In occasione della sua prossima partecipazione, il 17 maggio, alla rassegna Scripta Volant - Il Viaggio, abbiamo intervistato Natalino Russo.

Natalino Russo
Foto © Manuela Merlo (per gentile concessione)

Laureato in Scienze Naturali, Natalino Russo si è dedicato alcuni anni alla ricerca universitaria e allo studio di processi e fenomeni carsici, con particolare attenzione per l’Appennino Meridionale.
Speleologo dal 1992 con il Gruppo Speleologico del Matese, è stato membro del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico dal 1993 al 2002, consigliere della Società Speleologica Italiana, per conto della quale ha diretto la collana Quaderni Didattici. Ha partecipato a spedizioni speleologiche in Centro America e in Europa. È specializzato in reportage di viaggio e montagna, collabora con diverse riviste nazionali e con case editrici come il Touring Club Italiano e CDA & Vivalda.
Da sempre cerca di viaggiare, con i mezzi più svariati. Si dedica alla fotografia e alla scrittura, coordina progetti editoriali e di documentazione, svolge consulenze per parchi e aree protette. Nel 2004 ha pubblicato il libro di racconti “Fratture” (Imago Media Editrice). Nel 2006 è uscito “La via di Santiago” (CDA&Vivalda).

Com’è nata l’idea di percorrere il “Cammino di Santiago” in bicicletta, nella prima parte del tuo percorso: da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago?
Quando avevo cinque anni, i miei genitori comprarono una roulotte, che ben presto si dimostrò troppo ingombrante per andare in giro. Fu così che qualche anno dopo, venduta la caravan, presero un furgoncino e lo adattarono a spartano camper. Con quello abbiamo girato tutta l’Europa, per migliaia di chilometri e almeno un mese l’anno. Noi quattro, un quasicamper e una tenda. La storia dei miei viaggi è la storia di un progressivo alleggerimento: a quanto pare, viaggiare insegna a lasciare sempre più cose a casa, e ad essere leggeri. Che è poi una variante della leggerezza cui invitava Italo Calvino. Il passaggio dai viaggi in macchina a quelli in bici è stata una bella conquista. Il difficile non è aggiungere, ma togliere, dice mio fratello Luigi, che è scultore e pittore. E sarebbe d’accordo Mauro Corona, secondo il quale questo è un assioma importante anche per chi scrive.
Del Camino de Santiago avevo sempre sentito parlare. E’ un luogo mitologico. Vi avevo viaggiato idealmente leggendo diversi libri. Poi un amico mi ha proposto di andarci insieme, in bicicletta. Però mi ritengo un «ciclopellegrino» pentito: il Camino è probabilmente l’unico posto al mondo in cui dalla sella di una bici senti di andare troppo in fretta. E’ un viaggio da fare decisamente a piedi. Infatti giunto a Santiago ho spedito la bici a casa e sono andato a Finisterra a piedi. E l’anno successivo ci sono tornato, percorrendo un tratto del Camino del Norte, insieme a un’amica che poi è diventata la mia compagna.

Nella nota dell’autore scrivi che il libro è stato costruito “on-the-road”. Il racconto, che prendeva forma durante il viaggio, quanto è stato influenzato dai paesaggi esteriori e dagli incontri sulla strada e quanto dai tuoi personali stati emotivi?
Sono un maniaco degli appunti. Prendo sempre nota di tutto. Dovrei utilizzare le cose che scrivo per il mio lavoro, ma faccio come i cani: seppellisco l’osso e poi non lo ritrovo. Lungo il Camino avevo scattato molte foto, buttato giù appunti, registrato voci e suoni. Quando Mirella Tenderini (curatrice della collana Le Tracce, ndr) mi ha proposto di scrivere un libro di viaggio per l’editore CDA&Vivalda, ho riascoltato le registrazioni e riletto le pagine del mio quaderno. Il lavoro di stesura è stato un altro viaggio, un modo diverso di leggere il mio stesso percorso. Evidentemente sono stato condizionato dagli incontri: il Camino non esisterebbe senza i pellegrini. Non è un posto come un altro, su quella strada non contano i chilometri percorsi o i luoghi attraversati, ma le persone incontrate.

L’approccio al Cammino è decisamente laico e rifugge una certa retorica sentimentale, tuttavia nello sguardo del protagonista, nel tuo sguardo, credo, si legge un certo interesse misto a fascino e curiosità verso le motivazioni interiori e spirituali dei pellegrini in cammino, forse più interesse verso l’essere umano in sé e i suoi misteriosi moti dell’anima. Secondo te c’è qualcosa di più forte, oltre alle motivazioni religiose, personali, sportive o “d’impresa” che muovono moltitudini di pellegrini sulla via di Santiago? E se c’è, questo “qualcosa” differenzia il Cammino di Santiago da altri percorsi?
Quanto alle motivazioni dei pellegrini giacobei (così si chiamano i viandanti diretti a Santiago de Compostela), credo che la molla principale sia emotiva: un percorso del genere, segnato dai passi di milioni di persone, contiene una strana energia. Per dirla con l’olandese Cees Nooteboom, il fascino dei luoghi è moltiplicato da quanti ci sono già passati. Il Cammino di Santiago è un esempio emblematico, perché oltretutto quelli che lo hanno percorso avevano (hanno) una meta comune.
Il mio sguardo è molto attento alla religiosità. Io stesso, che mi dichiaro apertamente ateo, ho una profonda religiosità che prescinde dal credere nell’esistenza di un dio. Con questo libro ho tentato un approccio diverso al Cammino di Santiago e in generale al viaggio. L’incontro con Malena, personaggio chiave di tutta la storia, è l’incontro (e il dialogo) con la voce interiore del viaggiatore. Il pellegrino, che va per ager, cioè per campi, deve porsi continuamente domande. Oltre a dover mettere i passi l’uno dietro l’altro, è questo il suo impegno. Perciò questa Malena pone tante domande, perciò è così impertinente, a volte persino antipatica.

In un brano del libro, in cui parli dell’esplorazione delle grotte, accenni all’importanza dell’immaginazione. Quanto è importante l’immaginazione, anche nella vita quotidiana?
È fondamentale. Senza immaginazione, che è capacità e disponibilità di sognare, saremmo dei vegetali; la nostra abilità di andarcene in giro sarebbe solo una possibilità fisiologica e non un’opportunità di vita. I luoghi e le case che abitiamo, le persone e gli oggetti di cui ci circondiamo non avrebbero significato se non vi ricamassimo intorno infiniti, intricati merletti di immaginazione. Fantasie, prospettive, proiezioni sul futuro. Il bello di vivere è poter sognare ad occhi aperti. Ciò è fonte anche di blocchi psicologici, crisi esistenziali e disagi, ma è alla base del nostro essere uomini.

Nel tuo libro mi ha colpito molto questa frase: “la felicità è una ricchezza che va condivisa, altrimenti uno se la ritrova addosso, troppo grande, e può trasformarsi in una gabbia paradossale”. Ci sono dei momenti bellissimi di condivisione del cammino e delle esperienze tra i personaggi del libro. Quanto è importante la condivisione?
Hai mai immaginato… vedi, ecco l’immaginazione: hai mai immaginato di essere felice ma sola? La tua felicità diventa desolazione prima ancora di viverla. Per me la condivisione è fondamentale. Ho viaggiato molto da solo, mi piace e continuo a farlo; ma non riesco a pensare un’esperienza che non sia prima o poi condivisa, durante o dopo il viaggio. Cosa altro è un libro di viaggio, e in generale tutta la narrativa, se non scrittura condivisa?

Nel libro sono presenti diverse citazioni musicali. Quanto è importante per te la musica? Influenza il tuo modo di scrivere?
La musica dà il ritmo, ai passi come alle storie. Per scrivere ho bisogno di silenzio, ma non potrei scrivere senza avere in testa un motivo. Anche se da piccolo ho studiato un po’ di musica, sono un emerito ignorante in materia. Quindi i miei gusti sono rozzi e approssimativi. Ascolto tutto, così come annuso. L’altra mia passione sono gli odori. Se potessi prendere appunti olfattivi sarei felice. Mi capita spesso, quando sono in viaggio, di fermarmi ad annusare qualcosa, un cibo, l’erba, la pioggia, lo sterco di vacca che si spande per l’aria delle campagne. Durante il mio primo viaggio in bicicletta, in giro per le micidiali salite di Creta, mi colpì proprio la possibilità di sentire gli odori. Possibilità negata dai viaggi in automobile. Come un bambino alle prime armi, ho scoperto che la musica assorbe gli odori, e li rilascia anche a distanza di anni. Per questo la ascolto. È magica, alchemica.

E la fotografia? “La via di Santiago” è ricca di immagini: la desolazione della Meseta, le salite impervie dei valichi, i colori intensi dell’oceano. Quanto c’è di fotografia nella tua scrittura?
Sono molto legato alla descrizione ottocentesca; la mia scrittura non è molto moderna. D’altra parte mi piace accompagnare le storie e le sequenze con strisce di immagini, come nei fumetti. L’editore mi ha chiesto di inserire alcune foto a corredo del testo, ma come hai notato rappresentano la minima parte delle immagini contenute nel libro. La fotografia è per me un relitto della mia infanzia, alla quale sono molto legato. Scattare fotografie mi mette l’entusiasmo della partecipazione e la gioia delle lettura, e al tempo stesso mi fa sentire protetto dietro l’obiettivo. Il fotografo può leggere e interpretare, per questo è un privilegiato.

Un’altra frase del tuo libro che mi ha molto colpita. È questa: “…occorre sperare tenacemente in ciò che ci si aspetta… non conviene aspettarsi ciò che si è soltanto sperato”. La speranza, quindi, perché sia concreta, va costruita passo dopo passo, con determinazione e convinzione? Come il viaggio, in fondo?
Sono pensieri di Paul Preuss, geniale alpinista austriaco di inizio Novecento. Lui era un pioniere, un avventuriero, ma anche un uomo estremamente pratico. Amava ripetere questa frase: «Sperate sempre in ciò che aspettate, ma non aspettate mai ciò in cui sperate». Da un po’ di tempo ne ho fatto il mio motto. Occorre lavorare molto, perché nulla accade per caso, e se ci limitiamo a sognare la fortuna, finisce che passa mentre dormiamo. Viaggiare a piedi insegna proprio la determinazione e la convinzione. Con un passo dietro l’altro si va incredibilmente lontano. In fondo al Cammino di Santiago, a Finisterra fine-della-terra, se ne ha la conferma lampante: si realizza di aver attraversato un intero paese, dai Pirenei all’Oceano, ed è un’emozione fortissima, generatrice di un pianto che vale tutto il viaggio.

Credi sia possibile un viaggio, un vero viaggio, che sia in grado cioè di cambiare le persone, senza muoversi ? Ovviamente mi riferisco ad intense esperienze interiori, spirituali ed emotive (non certo all’assunzione di sostanze psicotrope…!)
C’è un bel libro di Andrea Bocconi, che consiglio spesso. Si intitola «Viaggiare e non partire». Per me, il viaggio è innanzitutto disposizione a viaggiare: apertura mentale, elasticità, spirito di adattamento, in senso pratico ma soprattutto come disponibilità a mettere in discussione i propri modelli. Sono caratteristiche stimolate dal movimento, dalle partenze e dai ritorni, ma sono anche presupposti indispensabili all’andarsene in giro. Si alimentano a vicenda: per cominciare a viaggiare è indispensabile possedere almeno un pizzico di entrambe. Ma qui ci sta a pennello un’altra citazione: un viaggio di ventimila leghe comincia con ciò che hai sotto i piedi. E questo, più di ogni altra cosa, me lo ha insegnato la speleologia.

Sei speleologo ed esploratore, esperto conoscitore dell’Appennino meridionale. Conosci il territorio marchigiano? Sei mai stato a fare qualche esplorazione qui da noi?
Il mio viaggio nella speleologia è iniziato una quindicina di anni fa, sull’onda emotiva di una visita fatta da bambino insieme ai miei genitori alle grotte di Frasassi. Non sono un entusiasta delle grotte turistiche, e non è questa la sede per parlarne, ma riconosco che in alcuni casi lo «scempio» conseguente all’adattamento turistico è un prezzo da pagare per rendere noto a tutti un mondo che altrimenti resterebbe nascosto. La speleologia, l’ho appena detto, mi ha insegnato che a due passi da casa ci sono luoghi incredibili, mondi ancora inesplorati; vale la pena iniziare da lì.
Nelle Marche ho fatto da docente per la formazione di istruttori di speleologia. Ho girato per qualche grotta, ma non conosco granché. Il vostro invito, insieme alla recente proposta di un editore di lavorare a un progetto sulle Marche, saranno un’ottima occasione per scoprire una terra così bella.

In rete: http://www.natalinorusso.it

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