Intervista a Paolo Mirti

di Valeria Bellagamba

Paolo Mirti

In occasione della sua partecipazione alla rassegna “Scripta Volant - Il Viaggio“, abbiamo intervistato Paolo Mirti, autore de La società delle mandorle.

Paolo Mirti, di professione dirigente pubblico, è giornalista, autore di testi teatrali e collabora a diversi quotidiani e periodici. È da sempre appassionato della storia di Assisi, città nella quale ha in passato ricoperto l’incarico di assessore alla cultura.

Com’è nato il progetto per questo libro?
Isabel Allende ha scritto: “narrare vuol dire dissotterrare segreti e preservare storie”. Ecco il mio scopo nel narrare questa vicenda era proprio questo: preservare una bella storia.

Ha avuto difficoltà nel reperimento delle fonti: documenti, testimonianze…?
Sono stato facilitato dal fatto che uno dei principali protagonisti di questa storia, il collaboratore del Vescovo di Assisi Don Aldo Brunacci scomparso qualche mese fa, era mio zio. Per questo ho avuto la possibilità di consultare documenti inediti e lettere private. Un’altra mia fonte importantissima, la Signora Grazia Viterbi che si salvò insieme ai genitori e alla sorella ad Assisi, è una mia amica ed anche questa circostanza mi ha aiutato. In generale posso dire che tutti hanno collaborato volentieri per ricostruire questa storia di libertà e solidarietà.

Questo episodio della storia di Assisi, il rifugio che la città ha dato agli ebrei perseguitati, non è molto conosciuto, almeno in Italia. Come mai?
Non so. Forse per un certo pudore dei protagonisti, o forse perché a volte è più semplice prendere le “scorciatoie” della retorica sulla pace in Assisi, piuttosto che approfondire i fatti come nella realtà si sono svolti.

Che ricordo hanno conservato gli assisani di quel periodo? La memoria di quel salvataggio è stata trasmessa alle generazioni successive, anche come insegnamento?
Il Presidente della Repubblica ha insignito della medaglia d’oro la città di Assisi per aver contribuito a salvare tutti i rifugiati ebrei. Purtroppo però molti giovani non conoscono questa storia ed è allora un nostro preciso dovere cercare di raccontarla ancora.

Nel libro Assisi appare come un luogo fuori dal tempo, sembra proprio che riesca a sfuggire alle vicende più brutali e feroci della guerra, prevalgono invece i momenti e i gesti carichi di solidarietà e umanità. C’è stata veramente una coesione così forte, in senso solidaristico, tra la popolazione della città? Il misticismo e la spiritualità di cui sono intrisi i luoghi possono aver influito?
Anche Assisi ha naturalmente vissuto in quei giorni forti momenti di tensione. Più in generale ha goduto di una situazione privilegiata per due motivi principali: il grande patrimonio artistico di cui disponeva che rendeva più prudenti le parti in guerra e, certamente, la spiritualità che la pervade e che riesce ad avvolgere anche persone che non professano particolari fedi o convinzioni religiose.

I protagonisti di questa vicenda riescono ad uscire da situazioni rischiose e a salvarsi anche grazie al loro intuito e alla loro immaginazione: il prof. Vetrelli che decide d’impulso di partire per Assisi, Don Aldo Brunacci, che grazie alla sua presenza di spirito riesce a cavarsela in più di una situazione pericolosa, e la giovane Lea che pur vivendo in clandestinità e con la minaccia continua della cattura cerca di immaginare un futuro sereno, anche se con fatica. Secondo Lei quanto è importante l’immaginazione?
Per Lea così come per gli altri ebrei nascosti in quei giorni, sopravvivere voleva dire poter immaginare una vita diversa. L’orrore di quegli anni di deportazioni e violenza rischiava infatti di annientare ogni idea di futuro.

Quello che mi ha molto colpita in questo libro è il profondo rispetto da parte dei rappresentati del clero cattolico nei confronti della religione degli ebrei rifugiati. Nonostante i disagi e i pericoli della clandestinità, fanno di tutto pur di garantire agli ebrei l’osservanza delle loro ricorrenze religiose, fino ad arrivare alla cena organizzata dalle suore per celebrare insieme la fine dello Yom Kippur, il periodo di digiuno e pentimento osservato dagli ebrei. Dopo secoli di lontananza, è anche grazie ad episodi come questo, maturati in condizioni tragiche, se le religioni cristiana ed ebraica si sono avvicinate?
C’è ancora tanto cammino da fare, come purtroppo ci insegnano anche le vicende del nostro oggi, per arrivare ad un autentico dialogo tra confessioni religiose diverse. Credo però che la vicenda che ho narrato nel mio libro, e più in generale lo “spirito di Assisi”, aiutino a pensare che si tratti di un obiettivo ambizioso ma raggiungibile.

Nella drammaticità della guerra nascono profondi legami di amicizia ed affetto tra persone di provenienza radicalmente diversa: l’amicizia tra Suor Teresa e Clara Geb, quella tra Maria Niccacci e Céline Finzi. La guerra oltre a tirare fuori il peggio degli esseri umani, può anche tirare fuori il meglio che c’è in loro. Ha raccontato queste storie proprio per sottolineare quest’ultimo aspetto, non sempre così evidente?
A Gerusalemme esiste la “collina dei giusti” dove viene piantato un albero per ricordare tutti coloro che hanno avuto il coraggio di opporsi alla Shoah. L’uomo, anche nei frangenti più difficili della storia, conserva sempre un potere di scelta e la forza per pronunciare dei no. Don Aldo Brunacci, Padre Rufino Niccacci, Monsignor Nicolini sono ricordati in quella collina e figurano tra i Giusti d’Israele. La motivazione non ha bisogno di commenti: “chi salva un solo uomo salva il mondo intero”.

Molto importanti, in questo libro, sono i momenti di condivisione tra i protagonisti: il colonnello Muller e il Vescovo Nicolini che si ritrovano a parlare delle bellezze artistiche di Assisi, condividendone l’amore profondo; Suor Teresa e Clara Geb che parlano di religione e nonostante la diversità del rispettivo credo sono unite nella fede. Quanto è importante la condivisione secondo Lei?
Conoscersi vuol dire sempre fare un passo in avanti verso la comprensione dell’altro. Suor Teresa attraverso la conoscenza di Clara Geb ha scoperto che era possibile declinare Dio in un modo diverso dal suo. E questa consapevolezza l’ha cambiata.

Ad Assisi la vita delle persone di cui si racconta nel libro è cambiata per sempre, tanto che alcuni hanno deciso di fermarvisi e altri nel tempo ci sono tornati. La città è stata ed è sede d’incontro dei capi di tutte le religioni del mondo, nonché meta di una famosa marcia per la pace; può Assisi svolgere concretamente il ruolo di punto d’incontro, anziché scontro, di civiltà?
Sì perché credo che Francesco d’Assisi continua a rappresentare l’uomo del dialogo, colui che rifiuta appartenenze che imprigionano per mettersi in cammino e riconoscere anche le verità degli altri.

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